Una guida per la rianimazione cardiopolmonare

Pubblicato da webmaster | 13:02


Il nostro sistema sanitario e gli organi preposti dovrebbero, ma ancora non rispondono con la dovuta serietà, organizzare dei corsi dedicati alla POPOLAZIONE, che dia a TUTTI I CITTADINI le nozioni base per affrontare un corretto ed efficiente intervento nell'attesa dei soccorsi paramedici e medici del caso.

L'ARRESTO CARDIACO è uno dei casi in cui l'attesa del 118 senza attuare un primo soccorso adeguato e tempestivo riduce moltissimo la possibilità di recuperare le funzioni vitali della persona colpita da arresto cardiaco da parte dei soccorritori.

Dopo 4/5 minuti di arresto cardiorespiratorio cominciano i danni al cervello.
DOPO 10 MINUTI I DANNI AL CERVELLO SONO IRREVERSIBILI
Ecco perchè è importante che più gente possibile sia in grado di riconoscere un arresto cardiaco e sia in grado di iniziare immediatamente le manovre rianimatorie.

Vorrei ricordare che una persona con un arresto cardiaco è una persona che ha tutte le funzioni vitali già compromesse e che quindi STA MORENDO!

Va da sè, che il minimo che possiate fare è CERCARE DI RIPORTARLI IN VITA...

Cliccate qui per imparare nella teoria una Rianimazione Cardio polmonare.

PS: consiglio a tutte le persone di rivolgersi ad una delle pubbliche assistenze, o Croce Rossa o Protezione civile del vostro paese e farvi spiegare come si fa un massaggio cardiaco....A volte non è necessario essere medici o infermieri per salvare la vita a qualcuno.


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Si è svolto questa mattina il convegno nazionale “Conoscere per salvare. Le emergenze cardiache nel luogo di lavoro”, promosso da Rimincuore D, il percorso di prevenzione cardiologica dell’A.Usl di Rimini, guidato dal dottor Antonio Destro, col patrocinio di Regione Emilia Romagna, Provincia di Rimini, Conacuore, Ascor e Irc e con la sponsorizzazione della Gros Rimini che offre sede e buffet. Convegno puntato sull’opportunità di inserire defibrillatori automatici nei posti di lavoro al fine di intervenire celermente e salvare gli operatori in caso di scompenso cardiaco. Un opportunità che, nella realtà riminese, sarebbe ancor più significativa giacchè tra le attività lavorative vi sarebbero anche quelle turistiche, e in tal caso la presenza del defibrillatore sarebbe una sicurezza in più anche per i clienti.

I lavori (svoltosi al Gross di Rimini che ha offerto la propria ospitalità all’evento) si sono aperti coi saluti del Direttore Generale dell’A.Usl di Rimini Marcello Tonini, del dottor Ferdinando Rossi (Presidente dell’Ascor) e delle autorità locali, tra cui il consigliere regionale Roberto Piva (commissione Sanità dell’assemblea legislativa dell’Emilia Romagna). Quindi l’introduzione del dottor Antonio Destro, il responsabile del programma di defibrillazione precoce riminese. Hanno partecipato, tra gli altri, il dottor Bruno Papaleo (Dipartimento Medicina del Lavoro dell’Ispesl), il dottor Giancarlo Piovaccari (Direttore del Dipartimento di Malattie Cardiovascolari dell’A.Usl di Rimini), il dottor Amedeo Corsi (Primario del 118-Rianimazione dell’A.Usl di Rimini), la dottoressa Giovanna Cangiano (Dipartimento Medicina del Lavoro dell’Ispesl), il dottor Francesco Toni (Direttore del Dipartimento di Salute Pubblica dell’A.Usl), il dottor Loris Fabbri (direttore dell’Unità Operativa Medicina del Lavoro dell’A.Usl di Rimini), i vertici dell’amministrazione comunale, dell’Inail e delle associazioni di categoria.

Nel pomeriggio si è svolto un corso di Blsd (primo soccorso cardiologico) per 40 iscritti. Nel corso, gratuito, si insegna a riconoscere le situazioni di emergenza cardiaca, a dare correttamente l’allarme, a praticare le prime manovre di soccorso, e ad usare correttamente il defibrillatore semiautomatico Dae. Al termine i partecipanti riceveranno un tesserino dell’A.Usl di Rimini che abilita all’utilizzo del defibrillatore semiautomatico.


A queste ultime il dottor Destro ha rivolto un caldo invito a prendere in seria considerazione l’ipotesi di farsi parte diligente, presso i propri associati, rispetto all’aquisizione di defibrillatori e alla formazione di personale per il loro utilizzo: “Si tratta di una spesa ormai bassa – ha spiegato il medico riminese – e potrebbe essere davvero utile per salvare una vita. Di un dipendente o magari, in caso di attività turistica, di un cliente. In varie realtà turistiche questo accade già. A Rimini forse si potrebbe fare un po’ di più”. Il convegno di stamane aveva, tra l’altro, anche lo scopo di sensibilizzare le parti sociali rispetto a tale ipotesi. Anche perché, è emerso nel corso dei lavori, eventuali normative che prevedano in maniera stringente la dotazione di defibrillatori è in discussione in Parlamento e gli esperti non prevedono tempi brevissimi.

“A onor del vero – ha detto Destro – vi sono ditte che già dispongono di questi dispositivi, e soprattutto di personale abilitato ma sono poche. Noi puntiamo a fare corsi nelle scuole, perché ci piacerebbe che tutte le persone, quando escono dalla scuola, siano in grado di utilizzare il defibrillatore. Per questo ringraziamo l’associazione Ascor che ha recentemente regalato, ad un istituto superiore riminese, il materiale necessario, tra cui manichini, per formare gli studenti. Un plauso anche al Comune che ha disposto defibrillatori in tutte le strutture sportive di sua competenza”.

Il dottor Piovaccari ha sottolineato in particolare che la capillarizzazione della presenza di defibrillatori sul territorio, e di persone abilitate ad usarli, è davvero fondamentale per intervenire in quei primi cinque minuti che consentono al ripresa completa della persona infartuata; anche perché difficilmente le ambulanze, per forza di cose, riescono ad arrivare entro quei primi cinque minuti.
A cura di newsrimini.it


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L'ipotermia come 5° anello nella BLSD

Pubblicato da webmaster | 07:36


isogna dar tempo ai reparti di medicina d'urgenza di dotarsi dell'attrezzatura che occorre, ma quando l'avranno acquisita, le persone che si riprendono da un arresto cardiaco avranno una prognosi migliore di quella odierna. E' stato dimostrato, infatti, che se i risuscitati vengono sottoposti a raffreddamento per alcune ore, il loro cervello può essere preservato dai danni che seguono l'arresto del cuore. Vale a dire che l'ipotermia riduce il rischio che questi pazienti debbano sopravvivere gravemente neurolesi. L'idea non è nuova, soprattutto a livello sperimentale, ma è stata di recente verificata da due studi clinici condotti ai due estremi del globo: in Europa e in Australia.

Le statistiche documentano che ogni anno in Europa sono 375.000 le persone colpite da arresto improvviso dell'attività cardiaca, generalmente per fibrillazione ventricolare. Una parte di costoro (la percentuale varia da meno del 5 al 35 per cento a seconda delle circostanze in cui si verifica l'arresto) viene rapidamente rianimata. A ripresa stabilizzata, peraltro, si constata spesso che i salvati hanno subito danni cerebrali irreversibili. Complessivamente, il 10-30 per cento di coloro che sopravvivono rimane gravemente invalidato.

In passato si pensava che i danni fossero provocati direttamente dall'anossia. Più tardi si è capito che questa non uccide così rapidamente le cellule cerebrali, ma ne altera i meccanismi funzionali, riducendone l'efficienza. Sicché, appena la perfusione si ristabilisce, il metabolismo cellulare si riattiva in maniera anormale tanto da sortire effetti catastrofici: è nelle ore e nei giorni che seguono l'arresto che le cellule vanno in necrosi. Ciò avviene attraverso una serie di passaggi potenzialmente reversibili: spostamento degli ioni calcio da uno all'altro compartimento cellulare, perossidazione dei lipidi e altre reazioni che coinvolgono i radicali liberi, fenomeni di citotossicità, alterazioni del DNA e infiammazione.

Nessun farmaco si è rivelato capace di fermare questo deterioramento progressivo; il quale, viceversa, può essere contrastato da un abbassamento della temperatura tale da rallentare le attività metaboliche (può fornire un ordine di grandezza la nozione che ogni grado centigrado in meno rallenta il metabolismo dell'otto per cento). I primi studi sull'ipotermia risalgono a molti anni fa, quando i primi cardiochirurghi andarono alla ricerca di un sistema per fermare il cuore, ma poi vennero accantonati per due o tre decenni. All'inizio degli anni novanta furono ripresi da Peter Safar, dell'Università di Pittsburgh, che studiò a fondo, in modelli animali, le reazioni dell'organismo all'abbassamento della temperatura. Vide innanzitutto che il raffreddamento deve essere instaurato lentamente, per non evocare brividi, termogenesi e scariche di catecolamine; deve essere contenuto entro limiti precisi, per non indurre aritmie ovvero coagulopatia e infezioni devastanti.

Safar elaborò uno schema operativo per raffreddare il corpo a 33-36°C che sperimentò nel cane. La sua terapia ipotermica permetteva di superare un arresto circolatorio completo di 10-12 minuti, seguito da riperfusione: al termine del trattamento, il cervello funzionava normalmente e appariva perfetto all'esame istologico. Gli esiti del trattamento ipotermico sono stati successivamente verificati, sempre in laboratorio, anche sulle cellule dell'ippocampo, sensibilissime all'ipossia.

Fino a oggi gli studi clinici nell'uomo sono stati per lo più retrospettivi e non controllati. Ma lo scorso febbraio il New England Journal of Medicine ha pubblicato due studi randomizzati e controllati che hanno valutato gli effetti del trattamento ipotermico sugli esiti neurologici, sulla mortalità e sulle complicanze dell'arresto cardiaco. Gli autori: Stephen Bernard dell'Ospedale di Dandenong e i suoi colleghi australiani e Michael Holzer della Universitätklinik für Notfallmedizin di Vienna e i collaboratori del Hypothermia after Cardiac Arrest Study Group, appartenenti a cinque diversi paesi europei.

I primi hanno sottoposto a ipotermia (33°C) la metà di 77 pazienti che erano stati colpiti da arresto cardiaco per la strada e che, dopo defibrillazione, erano rimasti in coma. I secondi hanno trattato con ipotermia (32-34°C) la metà di 136 soggetti che si erano ripresi da un arresto cardiaco protratto (in media per 21 minuti). In entrambi gli studi, l'altra metà dei pazienti è stata trattata come d'uso, in ambiente normotermico. Al termine del ricovero ospedaliero è sopravvissuto senza gravi deficit neurologici il 49 per cento degli ipotermizzati australiani e il 56 per cento di quelli europei, in contrasto con il 26 e il 39 per cento dei rispettivi controlli. Si deve aggiungere che a distanza di 6 mesi, fra gli europei è risultato vivo il 59 per cento dei trattati contro il 45 per cento dei controlli e che i primi non hanno riportato complicazioni a causa del raffreddamento.

L'ipotermia ha dunque dato importanti vantaggi in ambedue gli studi, che pure sono stati condotti secondo procedure differenti: previa curarizzazione (per evitare i brividi), i pazienti sono stati raffreddati con applicazione di ghiaccio da Bernard e con getti d'aria fredda da Holzer; il primo ha poi protratto l'ipotermia per 12 ore, il secondo per 24; nel gruppo australiano il processo di raffreddamento è stato iniziato 30 minuti (valore mediano) dopo la ripresa del battito ed è stato protratto per circa tre ore, nel gruppo europeo è stato instaurato dopo 105 minuti e prolungato per otto ore. Se ne deduce che il raffreddamento deve essere iniziato appena possibile, ma funziona anche se è relativamente tardivo e se impiega più tempo a raggiungere il valore desiderato.

Secondo gli autori la sperimentazione clinica della terapia ipotermica potrebbe essere effettuata non solo in caso di arresto cardiaco, ma anche in molte altre condizioni: ictus ischemico, lesioni traumatiche del cervello e del midollo, shock emorragico e, forse, nello shock settico e nell'infarto miocardico.

Massimo Obbiassi


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Storia della Defibrillazione

Pubblicato da webmaster | 09:33


Le basi della stimolazione elettrica del cuore sono fatte risalire a Luigi Galvani che con
i suoi esperimenti aveva appena scoperto la corrente continua. Seguendo le sue orme il
nipote Giovanni Aldini nel 1794 effettuò un esperimento: inumidì con acqua salata le
orecchie della testa di un soggetto appena decapitato e le collegò con due fili metallici,
uno all'estremo superiore di una "pila pensile" di sua invenzione, l'altro con la base;
improvvisamente tutti i muscoli di quella testa cominciarono a muoversi. L'idea che gli
balenò fu che con quel metodo sarebbe stato possibile "far rivivere un morto". Aldini
condusse allora una serie di esperimenti su cani e gatti affogati, inserendo un elettrodo
nell'ano e uno nella glottide o sull'orecchio e sulla lingua. Incoraggiato dalla positività di
tali esperimenti, decise di provare ad applicare gli elettrodi direttamente sul miocardio di
un decapitato, ma il risultato fu negativo e così per un po' interruppe ogni ulteriore
esperimento.
Tentativi analoghi furono ripresi successivamente dall’austriaco J.P.Franck, dal
tedesco K.Sprengel e dall’italiano A.N. Vassalli il quale, avendo ottenuto contrazioni
cardiache con il passaggio di una corrente galvanica da un elettrodo applicato sulla
superficie del cuore ad un altro applicato in corrispondenza del bulbo, giunse alla
conclusione che “con l’ausilio dell’elettricità si possono ottenere effetti portentosi
liberando dalla tomba persone che per un caso accidentale presentano sospese le
funzioni vitali”.
Conferma definitiva della metodica si ebbe con V. Zadba, dell’Università di Praga, che
su 51 interventi eseguiti con il metodo della stimolazione elettrica su persone “decedute”
per asfissia, ne resuscitò ben 31. Galvanodesmo fu chiamato il primo apparecchio di
rianimazione inventato verso la fine del ‘700 da C. von Struve, che consigliava di
posizionare un elettrodo nell’intestino retto e l’altro o in laringe o nel naso, concludendo
che “l’insensibilità alla elettricità è da ritenersi segno patognomonico di completo
esaurimento della forza vitale”.
Un ulteriore passo avanti fu compiuto nel 1806 da G. Tortosa che su invito dell’Ufficio
di Sanità del Dipartimento del Bacchiglione compilò un “Promemoria a servire di pubblica
istruzione sopra i soccorsi da prestarsi agli annegati”. Il Tortosa conclude il rapporto
affermando che “il galvanismo è un mezzo energetico per rianimare questi soggetti, e che
la corrente va applicata direttamente sul torace facendole assumere andamento
trasversale: dalla clavicola destra alla regione dell’ictus cardiaco”.
Nel 1857 H. von Ziemssen condusse una serie di esperimenti al termine dei quali
decretò che il metodo migliore per riattivare un cuore in arresto era quello di infiggere
direttamente nel cuore elettrodi ad ago di acciaio, attraverso i quali far passare una
corrente di almeno 50 elementi. E con questo metodo l’americano W.W. Hayle riuscì a
rianimare un soggetto in arresto cardiaco stimolando direttamente il “fascio di His”. Nel
ventennio successivo che si mise in evidenza il valore della stimolazione elettrica del
cuore non solo come mezzo di rianimazione, specie durante gli arresti dell’attività
cardiaca nel corso di interventi chirurgici, ma anche dell’effetto defibrillante della corrente
continua o alternata in caso di fibrillazione ventricolare.


Il concetto che si potesse defibrillare il cuore nasce alla fine del secolo scorso, nel
1899, dalla osservazione di Prevost e Battelli che scariche elettriche a corrente diretta o
alternata applicate direttamente sulla superficie del cuore di cani erano in grado di
interrompere una fibrillazione ventricolare. Il lavoro di Prevost e Battelli fu lungamente
ignorato e solo dopo molti anni si arrivò ad un utilizzo clinico della metodica. Così negli
anni '30 i ricercatori della Rockfeller Fundation stabilirono che i migliori effetti della
defibrillazione si ottenevano adoperando una scarica di 50/60 periodi al secondo di 200-
250 volts sulla superficie del torace, o di 75 volts a torace aperto, mantenendo chiuso il
circuito per 50 millesimi di secondo. Così nel 1947 Beck e coll. descrissero la prima
fibrillazione ventricolare nell'uomo interrotta dallo shock elettrico, aprendo la strada allo
sviluppo dei defibrillatori a torace aperto.
Tuttavia questa tecnica implicava l’immediata esecuzione di una toracotomia che, in
assenza di rianimazione cardio-polmonare, richiedeva virtualmente che la fibrillazione
ventricolare avvenisse in sala operatoria, o almeno in ospedale, in modo da poter essere
interrotta sufficientemente in fretta ai fini della sopravvivenza del paziente. Curiosamente
l’impeto per la defibrillazione transtoracica nacque in gran parte dalle compagnie
elettriche e teleferiche, i cui dipendenti morivano nel corso del loro lavoro per
elettrocuzione.
Nel 1957 Zoll e coll. descrissero la prima defibrillazione transtoracica per mezzo di
corrente alternata nell'uomo, anche se taluni riportano una notizia, non confermata, di un
primo uso clinico della defibrillazione in Russia, già nel 1952.
Nel 1962 Lown introdusse nella pratica clinica la defibrillazione transtoracica a
corrente diretta e sincronizzata. Con l’avvento della rianimazione cardiopolmonare e delle
unità coronariche apparve sempre più chiaro che la fibrillazione ventricolare è una causa
maggiore di morte cardiaca improvvisa e che la mortalità dell’infarto miocardico acuto
poteva essere drasticamente ridotta con la defibrillazione cardiaca.
Fonte


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