Le basi della stimolazione elettrica del cuore sono fatte risalire a Luigi Galvani che con
i suoi esperimenti aveva appena scoperto la corrente continua. Seguendo le sue orme il
nipote Giovanni Aldini nel 1794 effettuò un esperimento: inumidì con acqua salata le
orecchie della testa di un soggetto appena decapitato e le collegò con due fili metallici,
uno all'estremo superiore di una "pila pensile" di sua invenzione, l'altro con la base;
improvvisamente tutti i muscoli di quella testa cominciarono a muoversi. L'idea che gli
balenò fu che con quel metodo sarebbe stato possibile "far rivivere un morto". Aldini
condusse allora una serie di esperimenti su cani e gatti affogati, inserendo un elettrodo
nell'ano e uno nella glottide o sull'orecchio e sulla lingua. Incoraggiato dalla positività di
tali esperimenti, decise di provare ad applicare gli elettrodi direttamente sul miocardio di
un decapitato, ma il risultato fu negativo e così per un po' interruppe ogni ulteriore
esperimento.
Tentativi analoghi furono ripresi successivamente dall’austriaco J.P.Franck, dal
tedesco K.Sprengel e dall’italiano A.N. Vassalli il quale, avendo ottenuto contrazioni
cardiache con il passaggio di una corrente galvanica da un elettrodo applicato sulla
superficie del cuore ad un altro applicato in corrispondenza del bulbo, giunse alla
conclusione che “con l’ausilio dell’elettricità si possono ottenere effetti portentosi
liberando dalla tomba persone che per un caso accidentale presentano sospese le
funzioni vitali”.
Conferma definitiva della metodica si ebbe con V. Zadba, dell’Università di Praga, che
su 51 interventi eseguiti con il metodo della stimolazione elettrica su persone “decedute”
per asfissia, ne resuscitò ben 31. Galvanodesmo fu chiamato il primo apparecchio di
rianimazione inventato verso la fine del ‘700 da C. von Struve, che consigliava di
posizionare un elettrodo nell’intestino retto e l’altro o in laringe o nel naso, concludendo
che “l’insensibilità alla elettricità è da ritenersi segno patognomonico di completo
esaurimento della forza vitale”.
Un ulteriore passo avanti fu compiuto nel 1806 da G. Tortosa che su invito dell’Ufficio
di Sanità del Dipartimento del Bacchiglione compilò un “Promemoria a servire di pubblica
istruzione sopra i soccorsi da prestarsi agli annegati”. Il Tortosa conclude il rapporto
affermando che “il galvanismo è un mezzo energetico per rianimare questi soggetti, e che
la corrente va applicata direttamente sul torace facendole assumere andamento
trasversale: dalla clavicola destra alla regione dell’ictus cardiaco”.
Nel 1857 H. von Ziemssen condusse una serie di esperimenti al termine dei quali
decretò che il metodo migliore per riattivare un cuore in arresto era quello di infiggere
direttamente nel cuore elettrodi ad ago di acciaio, attraverso i quali far passare una
corrente di almeno 50 elementi. E con questo metodo l’americano W.W. Hayle riuscì a
rianimare un soggetto in arresto cardiaco stimolando direttamente il “fascio di His”. Nel
ventennio successivo che si mise in evidenza il valore della stimolazione elettrica del
cuore non solo come mezzo di rianimazione, specie durante gli arresti dell’attività
cardiaca nel corso di interventi chirurgici, ma anche dell’effetto defibrillante della corrente
continua o alternata in caso di fibrillazione ventricolare.
Il concetto che si potesse defibrillare il cuore nasce alla fine del secolo scorso, nel
1899, dalla osservazione di Prevost e Battelli che scariche elettriche a corrente diretta o
alternata applicate direttamente sulla superficie del cuore di cani erano in grado di
interrompere una fibrillazione ventricolare. Il lavoro di Prevost e Battelli fu lungamente
ignorato e solo dopo molti anni si arrivò ad un utilizzo clinico della metodica. Così negli
anni '30 i ricercatori della Rockfeller Fundation stabilirono che i migliori effetti della
defibrillazione si ottenevano adoperando una scarica di 50/60 periodi al secondo di 200-
250 volts sulla superficie del torace, o di 75 volts a torace aperto, mantenendo chiuso il
circuito per 50 millesimi di secondo. Così nel 1947 Beck e coll. descrissero la prima
fibrillazione ventricolare nell'uomo interrotta dallo shock elettrico, aprendo la strada allo
sviluppo dei defibrillatori a torace aperto.
Tuttavia questa tecnica implicava l’immediata esecuzione di una toracotomia che, in
assenza di rianimazione cardio-polmonare, richiedeva virtualmente che la fibrillazione
ventricolare avvenisse in sala operatoria, o almeno in ospedale, in modo da poter essere
interrotta sufficientemente in fretta ai fini della sopravvivenza del paziente. Curiosamente
l’impeto per la defibrillazione transtoracica nacque in gran parte dalle compagnie
elettriche e teleferiche, i cui dipendenti morivano nel corso del loro lavoro per
elettrocuzione.
Nel 1957 Zoll e coll. descrissero la prima defibrillazione transtoracica per mezzo di
corrente alternata nell'uomo, anche se taluni riportano una notizia, non confermata, di un
primo uso clinico della defibrillazione in Russia, già nel 1952.
Nel 1962 Lown introdusse nella pratica clinica la defibrillazione transtoracica a
corrente diretta e sincronizzata. Con l’avvento della rianimazione cardiopolmonare e delle
unità coronariche apparve sempre più chiaro che la fibrillazione ventricolare è una causa
maggiore di morte cardiaca improvvisa e che la mortalità dell’infarto miocardico acuto
poteva essere drasticamente ridotta con la defibrillazione cardiaca.
Fonte
Da Sorin Group è stata annunciata la realizzazione di Ovatio DR il defibrillatore più piccolo al mondo poco più grande di un accendino, 29 cm cubici per 10,9 mm di spessore, che non richiede alcuna particolare perizia per il suo utilizzo e può essere rimborsato dal SSN. Ovatio DR
è in grado cioè di scoprire esclusivamente le aritmie cardiache che mettono a rischio la vita dei pazienti che hanno già subito un arresto cardiaco, un infarto o sono scompensati, riportando il ritmo nella norma ed evitando un nuovo attacco.
Il defribillatore garantisce il trattamento anche delle aritmie ventricolari inferiori a 100 battiti al minuto potenzialmente pericolose e debilitanti per il paziente, soprattutto se già affetto da scompenso cardiaco.
Per info clicca qui
La morte cardiaca improvvisa è un’interruzione repentina delle funzioni del cuore. La maggior parte degli episodi è causata da una rapida o caotica attività del cuore, conosciuta come tachicardia o fibrillazione atriale; è un difetto del sistema di conduzione elettrica del cuore che non va tuttavia confuso con l’attacco di cuore o l’infarto del miocardio. Si tratta di una patologia che in Italia provoca tra 50.200 e 70.000 casi di morte all’anno e negliStati Uniti sono classificati come morte cardiaca improvvisa circa il 50% dei decessi causati da malattie dell’apparato cardiovascolare.Questa patologia esordisce con aritmie atriali che gradualmente evolvono verso l’asistolia o assolutamancanza di ritmo cardiaco e pertanto risulta essere reversibile solo se la vittima è trattata in brevissimo tempo tramite defibrillazione. Per ottenere tale risultato si può ricorrere a defibrillatori esterni portatili, apparecchi della grandezza di un computer portatile che permettono all’operatore di intervenire con una procedura guidata eautomatica per la rianimazione del paziente. Grazie a tecnologie sempre più avanzate, questi apparecchi sono estremamente affidabili e facili da usare; sono in grado di analizzare automaticamente il ritmo cardiaco fornendo quindi all’operatore tutte le indicazioni sulle azioni necessarie da intraprendere in caso di emergenza. Si tratta di dispositivi fondamentali per il trattamento della morte cardiaca improvvisa; a tale proposito è sufficiente ricordare che circa il 25% dei casi potrebbe essere rianimato se venissedefibrillato entro 4/5 minuti, dato che per ogni ulteriore minuto la possibilità di sopravvivenza diminuisce del 10%. Il tempo infatti è un fattore fondamentale per la sopravvivenza senza danni cerebrali irreversibili, che comportano anche esiti catastrofici come lo stato vegetativo permanente con costi sociali edeconomici elevatissimi per la persona, la famiglia e la società.
Ben conscio dell’importanza della diffusione e dell’utilizzo dei defibrillatori portatili, anche lo Stato italiano al pari di quello americano, austriaco e francese, ha approvato una legge che consente l’uso dei defibrillatori portatili anche a personale non sanitario, dopo aver frequentato un corso di addestramento comprensivo anche delle manovre di rianimazione cardio-polmonare di base. La legge n. 120 del 3.4.2001 consente “l’uso del defibrillatore semiautomatico in sede extraospedaliera anche al personale sanitario non medico, nonché al personale non sanitario che abbia ricevuto una formazione specifica nelle attività di rianimazione cardiopolmonare”.In totale con una defibrillazione precoce potrebbe sopravvivere il 12,5% dei pazienti, ciò significa che circa 10.000 mila vite potrebbero essere salvate. Bisogna poi considerare che la morte cardiaca improvvisa si manifesta prevalentemente in sedeextra ospedaliera, nel 70-80% dei casi a domicilio del paziente e soltanto nel 15-20% sul luogo di lavoro o per la strada. Le caratteristiche del paziente a maggiore probabilità di morte cardiaca improvvisa, comprendono una storia clinica di patologie di pertinenza cardiologica, tra le quali si annoverano in particolarequadri di severo scompenso cardiaco, infarto acuto del miocardio ed importante aritmia atriale. Anche qualora l’evento non risulti letale, il soggetto è comunque esposto ad un elevato rischio di incorrere in successivi episodi di arresto cardiaco a prognosi infausta. Testimonianza Questa signora era affetta da un prolasso congenito della valvola mitrale senza disturbi fino all’età di 30 anni. In seguito, per altri 15 anni, fino all’arresto cardiaco, soffrì solo del fastidio provocato dalle frequenti tachicardie, alle quali però la signora aveva fatto l’abitudine. La signora si sottoponeva ai controlli regolari indicati in media ogni 5-8 anni. Durante gli ultimi 2 anni prima dell’arresto (dal 1998), il prolasso si accentuò e con esso le tachicardie e il rigurgito atrio-venticolare. Tuttavia, secondo il cardiologo, non vi erano dati particolarmente preoccupanti, in quanto non si riscontrava nessuna modificazione significativa delle dimensioni del cuore. L’ultima visita di controllo risale al 1999 e in quell’occasione il cardiologo consigliò un controllo entro e non oltre i due anni. Da quell’ultima visita cardiologica fino all’arresto, la signora non ricorda di aver avvertito disturbi significativi tali da metterla in allarme. L’arresto cardiaco la colse improvvisamente mentre teneva una conferenza con altri colleghi. 2
Page 3
La presenza in sala di alcuni medici fu fondamentale non solo per la tempestività del soccorso, maanche per ricevere un soccorso adeguato, la signora venne infatti sdraiata e soccorsa con respirazione artificiale e massaggio cardiaco manuale. Un secondo fattore fondamentale, dopo quello della diagnosi e del soccorso immediato, fu lacontinuità del soccorso, avvenuto ininterrottamente fino all’arrivo dell’ambulanza: la signora venne infatti mantenuta in vita per quasi un quarto d’ora. Il terzo fattore fondamentale per la sopravvivenza della signora, fu l’arrivo quasi immediato, 10-15 minuti, dell’ambulanza munita di un defibrillatore portatile, che permise di continuare il trattamentofino all’arrivo in ospedale. La signora passò un primo periodo di quattro giorni in rianimazione poiché si temevano gravi conseguenze neurologiche e sotto continua terapia. Il risveglio dal coma avvenne già nel tardo pomeriggio e le prime risposte verbali nel mattino successivo, anche se la memoria a breve termine cominciò a ricostituirsi solo dopo qualche giorno. Dopo i primi quattro giorni di trattamento intensivo la signora venne trasferita nel reparto di elettrofisiologia, dove per altri quindici giorni circa fu trattenuta in osservazione. I medici valutarono l’opportunità di un intervento sulla valvola mitrale, ma i rischi erano alti: le aritmie ventricolari perduravano. Alla fine data la gravità della situazione si rese necessario l’impianto di un defibrillatore. Ma a distanza di 3-4 mesi, il vizio mitralico iniziò a farsi sentire con spossatezza, impressione di venire meno, mancanza d’aria, fiato corto, caviglie gonfie e pesantezza. La signora si decise perl’intervento chirurgico di plastica mitrale che riuscì pienamente . I disturbi descritti sparirono, ma non vennero meno le aritmie ventricolari che ancora permangono, benchè la signora, grazie al defibrillatore impiantato, non se ne accorga nemmeno. Ormai a distanza di 18 mesi dall’impianto del defibrillatore e a un anno dall’intervento chirurgico, la signora confessa di sentirsi addirittura meglio di quanto si sentisse due anni prima dell’arrestocardiaco; ha potuto riprendere in pieno la sua attività professionale e la sua vita sociale. 3
Come funziona il defibrillatore?
La formazione al soccorso
Il defibrillatore può erogare, attraverso appositi elettrodi, una scossa
elettrica, che attraversando il cuore annulla il ritmo impazzito
(“fibrillazione ventricolare”) e fa ripartire il cuore.
Sono stati messi a punto defibrillatori semiautomatici (DAE), che sono
in grado di leggere da soli l'elettrocardiogramma e di dare l'avviso
vocale se la scossa è necessaria e poi di predisporsi a darla con la
intensità più appropriata.
Si predispongono quindi alla scarica che, se confermata dal
soccorritore, viene erogata in sicurezza in pochi secondi.
Sono assolutamente affidabili, facili da usare e da trasportare, dotati di
sistemi di autocontrollo che avvisano se ci dovessero essere problemi
tecnica (batterie in via di esaurimento, ecc.).
E' stato dimostrato che salvare una
vita intervenendo tempestivamente
con il DAE è facile e la tecnica può
essere imparata e praticata anche da
personale non sanitario, dopo breve
addestramento. La sicurezza di
questa procedura e la provata
affidabilità degli apparecchi sono
state sancite dalla legge 3 aprile
2001 n. 120, pubblicata sulla
Gazzetta Ufficiale n. 88 del 14 aprile
2001.
Il Centro di Formazione in Rianimazione Cardiopolmonare della ASLRimini
conta su più di 50 Istruttori
dell'Italian Resuscitation Council
(IRC): medici ed infermieri di varie
Unità Operative ed un nucleo di
“soccorritori laici”, che collaborano
nel riaddestramento dei colleghi
del proprio Corpo od Ente.
Vengono organizzati corsi di 10
livelli: dai corsi per soccorritore
occasionale “laico”, ai corsi “ALS”
per operatori dell'emergenza
sanitaria, a quelli di soccorso in età
pediatrica, ai corsi Istruttori. Presso
l'Ospedale dì Rimini è quotidianamente aperta una saletta di retraining,
ove gli operatori trovano manichini-simulatori di varia complessità e
tutti i modelli di DAE in uso nell'ASL.
Per informazioni web:
clicca qui